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20/3/2009 - Mercoledì 18 marzo si è registrato il maggior calo giornaliero del dollaro sull’euro dalla nascita della moneta comunitaria. La causa scatenante si deve alla decisione della FED, la banca Centrale statunitense, di acquistare entro i prossimi sei mesi fino a 300 miliardi di dollari di titoli di stato ( Treasuries ) a lungo termine e 750 miliardi di titoli garantiti da mutui immobiliari, per un totale di 1350 miliardi di dollari. La decisione ha ampiamente spiazzato i mercati che, anche in base alle dichiarazioni precedenti di Bernanke non si attendevano una mossa né in questa direzione né di questa portata. A dire il vero anche la banca di Inghilterra il 5 marzo aveva annunciato l’acquisto di Titoli di stato per 300 miliardi di sterline. Ma sul mercato finanziario erano una minoranza quelli che si sarebbero aspettati una analoga mossa da parte degli Stati Uniti. Anzi il recupero del dollaro sull’euro, registratosi negli untimi mesi, sembrava a molti il segnale di un recupero della moneta a stelle e strisce che, secondo alcuni, avrebbe dovuto portare l’euro addirittura a 1,1 sul dollaro, entro la fine dell’anno in corso. Analisi abbastanza diffusa ma sicuramente azzardata alla luce dei fatti. D’altra parte non ci stancheremo mai di ripetere quanto siano effimere queste previsioni, data l’oggettiva “imprevidibilità” del mercato dei cambi. Alla decisione probabilmente non è estraneo il rifiuto da parte dei principali paesi dell’area euro, in particolare la Germania, ma anche l’Italia, dal procedere ad un aumento della spesa pubblica di un ulteriore 4% sul Pil dei rispettivi Paesi, per dare uno stimolo coordinato all’economia su entrambi i lati dell’oceano. Secondo quanto riportato da diversi giornali europei nelle scorse settimane le richieste in questo senso da parte di Inghilterra e Stati Uniti, non erano state ben accolte al di qua della linea “maginot” dell’euro. La manovra, in pratica una pesante svalutazione competitiva del cambio ottenuta tramite un sofisticato meccanismo finanziario definito tecnicamente “credit easing”, nome moderno che sta a significare il vecchio “stampar moneta”, tanto per intendersi, potrebbe costringere anche i paesi europei più refrattari ad analoghe iniziative. Anche perché non è pensabile che con un cambio che si riavvicinasse alla quota 1,50, come a metà dello scorso anno, non possano esserci conseguenze nefaste sulle esportazioni dei paesi europei. Soprattutto in una situazione congiunturale che vede già in forte affanno tutta l’area euro. Sicuramente dovremo attenderci per i prossimi mesi grande instabilità sul mercato dei cambi che potrebbe essere determinata anche da possibili reazioni dei paesi europei alla manovra messa in atto dalla FED. Sul fronte macroeconomico invece è opinione diffusa tra gli operatori che le iniziative prese negli ultimi giorni, se è prevedibile che riescano sbloccare i mercati finanziari sul breve e forse medio periodo, abbiano con estrema probabilità conseguenze negative nel lungo periodo. D’altra parte l’importante è che finalmente si siano decisi, dopo tanti tentennamenti, ad imboccare una strada. L’impasse era forse il pericolo peggiore. Di per sé la creazione di grandi masse di liquidità sul breve e tendenze inflazionistiche nel medio lungo periodo dovrebbero ridare ossigeno in particolare al mercato immobiliare, che in questo momento soffre particolarmente per il blocco del credito e costituisce sempre una ottima alternativa ai titoli di stato per gli investitori nella prospettiva di un’acuirsi delle tendenze inflazionistiche.